Arcus

2 febbraio 2012

Claudio Merico e gli infiniti linguaggi della musica


Claudio Merico, violinista classe 1982, diplomato al Conservatorio di Taranto, musicista eclettico e predisposto alle tecniche improvvisative, nel suo giovane percorso ha già sperimentato situazioni musicali di vario genere, dalla classica - assieme ad orchestre sinfoniche- alla popolare, dal rock al blues, dall'etnica al latinjazz.
Già da tempo si dedica alla composizione di colonne sonore per cortometraggi, mediometraggi e documentari che hanno ottenuto riscontri e approvazioni.
Ho rivolto a Claudio alcune domande per completare il suo poliedrico profilo che è senz'altro quello di un artista aperto alla sperimentazione di tutti i linguaggi dell'arte musicale.

La scelta dello strumento ed il tuo approccio al violino sono avvenuti in tenera età o successivamente durante la frequenza del Conservatorio?
In realtà sono sempre stato attratto dagli strumenti musicali: ricordo che all’età di 4 o 5 anni, mi regalarono una batteria giocattolo che ruppi molto presto!
Il mio vero approccio alla musica è avvenuto, però, casualmente: in prima media a dieci anni, a causa di un esubero di allievi, mi sono ritrovato in una sezione sperimentale di musica.
Dovetti affrontare un piccolo test attitudinale alla musica e mi chiesero quale strumento mi sarebbe piaciuto suonare.
Io scelsi con grande sicurezza la chitarra come il 95% degli esaminati, il 5% richiedeva il pianoforte; e così mi assegnarono il violino…
Qualche anno piu’ tardi iniziai ad avvicinarmi al basso elettrico - sempre oltre al violino - che suonai per circa 8 anni a livello semiprofessionistico.
Lì ho imparato il concetto di “groove” e di “timing della musica moderna”, improvvisazione, lo sviluppo dell’istinto musicale, oltre a conoscere gli stili come il blues, il rock, il funk, la musica moderna insomma.
All'età di 20 anni una brutta tendinite del polso destro mi spinse ad abbandonare il basso, ma questo evento non cancellò tutto ciò che avevo imparato, anzi, riportai quell' "approccio musicale moderno" nel violino.


Oggi i confini netti fra una scuola violinistica e l'altra possono considerarsi sfumati, ma hai comunque scelto di perfezionarti in tecnica violinistica russa...
Effettivamente quella che una volta veniva chiamata “scuola russa del violino” è stata integrata nella tecnica basilare moderna, per cui non ritengo proprio esatto parlare di “tecnica russa", piuttosto parlerei dei grandi didatti russi.
Ho avuto la fortuna, durante gli studi in conservatorio, di frequentare diversi stage con illustri insegnanti russi, ma soprattutto ho avuto la grande fortuna, dopo il diploma, di poter studiare per circa due anni con un grande artista, maestro e didatta: Sergej Diatchenko.
La vicenda in cui fu coinvolto nel 2008 mi segnò molto profondamente, ma in ogni caso sento di dovergli tanto, devo dire veramente grazie a Sergej.

La tua formazione di base è classica ma successivamente ti sei perfezionato attraverso stage che spaziano nella musica a trecentosessanta gradi (musica popolare, elettronica, indiana, etnica, ebraica, barocca, per colonne sonore, per sonorizzazioni di audiovisivi): questa scelta rispecchia la tua visione generale della musica?
Assolutamente sì. Credo che l’arte musicale sia una sola, traducibile in infiniti linguaggi.
Non ho mai avuto la presunzione di volerli imparare tutti, ma la curiosità di comprenderli, sì, quello sempre.
Ad ogni modo credo che esistano linguaggi musicali piu’ eleganti, introspettivi o complessi di altri, come esistono linguaggi piu’ diretti e archetipici.
Poi ci sono Bach e Mozart...


Quindi sei dell'opinione che un genere di approccio alla musica più "allargato", all'interno delle istituzioni accademiche, potrebbe contribuire a far avvicinare i più giovani anche alla cultura musicale del passato?
Del passato e del presente aggiungerei.
Il problema è proprio quello di allargare le vedute.
Molto spesso nei conservatori italiani vengono ignorati l’80% dei linguaggi musicali, cioè tutto ciò che non è barocco, classico e romantico; nel migliore dei casi abbiamo le cattedre di Jazz e di musica elettronica, ma quasi sempre vengono ignorati i linguaggi tradizionali ed etnici ecc..
Quando parlo dell’importanza dei linguaggi musicali legati alla tradizione, parlo di qualcosa di molto diffuso nelle scuole violinistiche non italiane.
Imparare in tenera età la musica detta “popolare” col proprio strumento è una pratica da tempo usata nelle scuole dell’est che stimola fortemente l’istinto musicale dell’allievo, cioè la parte “archetipica” della coscienza musicale dell’individuo.
In buona sostanza, si impara a suonare la musica che già abbiamo dentro.



Da tempo ti dedichi alla composizione di colonne sonore di documentari per la Rai, spot pubblicitari, cortometraggi che hanno ricevuto feedback positivi...com'è nata in te questa passione?
E’ una passione che è nata subito dopo il mio innamoramento per la musica minimale ed elettronica.
Sonorizzare gli audiovisivi è una pratica che mi stimola e soddisfa molto.
Anche se apparentemente la musica risulta un po’ “piegata” all’ immagine, in realtà è lei che dirige il tutto.
Si possono apprezzare infinite sfumature di comunicazione artistica nel connubio tra audio e video.
Ho cominciato lavorando a piccoli corti amatoriali, poi ad alcune istallazioni per artisti contemporanei, una di queste esposta al museo di arte sperimentale dell'Aquila.
Con un corto prodotto dal C.I.C.A.P, “The Vampire” siamo stati ammessi al David di Donatello nella sezione "documentari". Infine, con Dario Arcidiacono ho scritto un album di colonne sonore che sono state spesso utilizzate da Rai3 Geo&Geo.
Attualmente un mio brano è utilizzato come sigla di un programma su Radio Capodistria, un’emittente italoslovena.


Quali saranno i tuoi prossimi impegni artistici o a quali progetti stai lavorando attualmente?
Sono impegnato in diverse collaborazioni artistiche nel mondo della musica etnica e pop che mi impegnano un po’ tutto l’ anno fortunatamente, con una di queste ho appena fatto uno stimolante tour in America e Canada durato circa un mese, un'esperienza straordinaria che spero di poter ripetere.
I progetti un po’ piu’ miei a cui sto lavorando in questo momento sono fondamentalmente due: il primo, molto moderno ed elettronico con il quale spero di fare uscire al piu’ presto due singoli in vendita mondiale su distribuzione digitale.
L’altra è un’ idea a metà tra sonorizzazione e musica d’ ascolto, sto incidendo i miei “Spunti Musicali per violino Solo”: sono delle “piccole percezioni sonore” che probabilmente sonorizzeranno alcuni audiovisivi.


Quale consiglio ti sentiresti di dare ai giovanissimi allievi di Conservatorio che si apprestano ad entrare nel mondo della musica in un momento così delicato per l'arte in Italia?
Il consiglio è di entrare nel mondo della musica fuori dall’Italia!
Scherzi a parte, credo che la situazione italiana sia abbastanza critica, e bisogna essere ottimi manager di se stessi, oltre che buoni professionisti.
Il consiglio che mi sento di dare è quello di aprirsi senza pregiudizio a tutte le possibilità, cercare di arrivare al senso delle cose ed evitare manierismi.
La personalità viene premiata alla fine, ovviamente nelle giuste percentuali e a seconda dei contesti.


Il violino che suoni in pubblico è di liuteria? Che rapporto hai con il "tuo" strumento?
Il violino che suono è uno strumento tedesco costruito dal liutaio Carl Walter Juling nel 1916 a Dresda.
Tra quattro anni compierà un secolo! Festeggeremo, siamo ottimi amici ormai!


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