Arcus

12 febbraio 2015

Giovanni Ricciardi, un violoncello italiano volato a Londra



Giovanni Ricciardi ha intrapreso lo studio del violoncello da giovanissimo, diplomandosi al Conservatorio Nicolò Paganini di Genova con il M° Nevio Zanardi.
Oltre ad essere vincitore di numerosi e prestigiose competizioni internazionali, è attivo concertista solista in Italia e all’estero, accompagnandosi a compagini quali l’Orchestra da Camera Fiorentina, l’Orchestra Filarmonica Italiana, la Filarmonica de Gran Canaria (Spagna), l'Orchestra Sinfonica nazionale di La Paz (Bolivia).
Viene regolarmente invitato in Sud America dalla società Dante Alighieri che si occupa della diffusione della cultura italiana all'estero, tiene concerti e masterclass in Italia e in tutto mondo, ma principalmente in Inghilterra, quella che lui considera oramai come sua seconda patria.
Ci siamo sentiti per parlare un po' delle sue scelte, delle sue esperienze, dei suoi progetti futuri e siamo giunti, come prevedibile, a trattare anche della complessa situazione in cui versa la musica classica nel nostro paese.

Qual è lo stato di salute della scuola d'arco italiana?
E' una scuola che trecento anni fa era considerata eccellente e rappresentava un punto di riferimento in tutto il mondo; purtroppo oggi, nonostante possa vantare numerosi talenti, non detiene più la leadership a livello mondiale.
A conferma di ciò mi torna in mente una notizia che ho letto qualche giorno fa in un articolo dal titolo altisonante "Al via il Premio Paganini, Genova si conferma la città della musica":  mi ha colpito molto il fatto che, dei 31 violinisti selezionati per il concorso, nessun fosse italiano.
A mio parere è un dato su cui riflettere, a questo punto sarebbe necessaria un'autocritica da parte di noi musicisti ma soprattutto un'analisi delle risorse, sempre più esigue, destinate al settore dell’arte.
Non si comprende che continuando a tagliare fondi all'arte si sopprime una parte fondamentale della nostra vita. Inoltre, si sta diffondendo un fenomeno un po' preoccupante, una tendenza musicale che premia un’esecuzione perfetta a discapito di quella con maggior espressività, è una vecchia diatriba che emerge forte in una società che, sempre più, premia la prestazione.

Perché la scelta di risiedere a Londra?
L'Inghilterra mi offre innanzitutto la possibilità di eseguire musica contemporanea, un settore quasi del tutto ignorato nei programmi d’esame dei Conservatori italiani.
La cultura inglese è aperta alla novità, a quelle forme d’arte che colgono lo spirito del tempo.
Basti pensare alla Tate Gallery e a tutto quello che riesce a generare in termini di movimenti, critica, iniziative collaterali. E’ bello avere un pubblico curioso e attento alle forme e scritture musicali contemporanee.
E' certo che per creare qualcosa di nuovo bisogna investire risorse e forse anche rischiare, ma fino a quando in Italia non valorizzeremo questo genere di iniziative, avremo sempre un pubblico di un certo tipo e numeroso solo alle rappresentazioni di Aida, ma scarso a quelle di Britten o Zimmermann.
A Londra ho anche conosciuto il compositore Gwyn Pritchard che mi ha scritto e dedicato un bellissimo  brano per violoncello solo, dal titolo “ Ricorrenza”.

Nel ruolo di insegnante come affronti la crisi italiana, cosa ti proponi di trasmettere ai tuoi allievi attraverso la musica? 
Il M°Antonio Janigro diceva spesso: “La musica è una parte della vita e probabilmente neanche la più importante”.
Ai miei allievi cerco di trasmettere un aspetto fondamentale nello studio: il punto centrale non consiste solo nel suonare più velocemente o in modo più preparato dal punto di vista tecnico, ma nella ricerca della felicità in quello che stiamo facendo.
Dico loro che la musica non si può imporre ma offrire, che la capacità di arrivare al cuore delle persone dipende dalla nostra armonia interiore e da un percorso di ricerca che va oltre la musica in senso stretto e che, in modi diversi, riguarda tutti poiché la strada per raggiungere la serenità è lunga e la felicità risiede proprio nel cammino stesso più che in un punto di arrivo.
La musica mi accompagna da quarantanni, nei passaggi più belli ma anche nei più difficili, non ho mai smesso di ricercare e di migliorarmi. Penso sia una sorgente di bellezza inesauribile che oltrepassa la dimensione del tempo, un desiderio di dialogo e pace. In ultima analisi, una grande opportunità da cogliere.

Dalle tue esecuzioni traspare sempre serenità, dai tuoi gesti tranquillità. Ti rifai a qualche studio o tecnica per affrontare al meglio i concerti?   
Pratico il buddismo da molti anni e approfondire questa filosofia mi ha molto aiutato, soprattutto a chiarire le mie motivazioni. Sappiamo bene che affrontare un pubblico non è così semplice per tutti, è una occasione in cui affiorano a galla paure dalle radici profonde.
Conosco musicisti che fanno ricorso anche a farmaci per rimanere tranquilli e controllati durante le loro esecuzioni.
Non mi permetterei di criticare le scelte personali ma credo che, se si arriva a ricorrere a dei medicinali, sarebbe necessario rivedere qualcosa di se stessi e nel rapporto con la musica.
Penso che lo studio e la pratica del Buddismo, basandosi su principi millenari di conoscenza dell'essere umano, lungi dall'essere un atteggiamento new age, aiuti a guardare se stessi in modo diverso e favorisca progressi non solo "tecnici" ma soprattutto interiori. E questo non può che riflettersi sulla qualità della performance musicale.

Quali le collaborazioni che hanno lasciato un segno nella tua esperienza artistica?
Quando ero poco più che un ragazzo, quella con il grande violinista Felix Ayo con il quale ho registrato un CD e precisamente "il trio di Brahms" op.87 ora edito da Dynamics.
Il suo modo di affrontare la musica mi ha lasciato un ricordo indelebile, così come la sua semplicità e l'essenzialità nel voler rappresentare null’altro che musica ed energia, con i grandi è assai facile dialogare.
E poi, Giovanni Sollima con il quale ho avuto il piacere di collaborare sia nella prima edizione dei 100 violoncelli a Roma e poi in un concerto al Teatro Garibaldi di Palermo in duo.
Il M° Sollima, oltre ad essere il violoncellista e il compositore che tutti conoscono per le sue composizioni, fra cui il notissimo "Violoncelles, vibrez!", è molto di più, è un artista eccezionale ma semplice al tempo stesso, è una persona con la quale puoi trovarti a cena in qualsiasi posto o a suonare su qualsiasi palcoscenico e comunque ti trasmetterà naturalezza e genialità.

Ci vuoi parlare della tua partecipazione alle iniziative a carattere umanitario...
Ogni volta che ho utilizzato la musica per portare un segno di pace o di speranza, ho sempre ricevuto in cambio le soddisfazioni migliori, quelle che mi hanno arricchito di più umanamente. Credo che questo dovrebbe essere uno degli scopi della musica, portare gioia e far sentire che la vita è qui ed ora.
Ricordo con commozione soprattutto l'esperienza legata al progetto brasiliano Ninos de Rua che mi ha portato a suonare in una favela, gli occhi dei bimbi attorno a me, poverissimi ma felici di assistere ad uno spettacolo musicale, l'immagine del sorriso di una bambina sordomuta mentre avvertiva le vibrazioni appoggiando le mani sulla tavola armonica del violoncello.

...e dei tuoi progetti in programma...
I miei programmi futuri sono molteplici: dal corso di violoncello e musica da camera a Teheran, al prossimo corso di Cervo dall' 1 al 6 aprile, organizzato dall’Associazione Mozart Europa (Dir. Art. Roberto Issoglio), ai programmi di musica da camera che stiamo preparando insieme alla pianista Carmen Mayo.
Per quest'anno ho in programma un’incisione delle 6 suites di Bach, vari corsi estivi quali Piceno Classica e Santa Margherita Ligure (Ass. Musica Amica) dove tengo anche il corso annuale di perfezionamento.
Inoltre, con il contrabbassista Alessandro Serra (primo contrabbasso del Teatro alla Scala) stiamo preparando alcuni concerti in duo: insieme stiamo scoprendo molti brani dedicati a questa poco usuale formazione.

Quale strumento usi e qual è il tuo rapporto con il violoncello?
Ne utilizzo diversi. In questo momento sto suonando un bellissimo violoncello del liutaio Salvatore Scalia di Genova, uno strumento nuovo ma con un suono antico. Suono anche un Lebet a cui sono particolarmente legato poiché mi è stato donato da Michael Flaksman, violoncellista e didatta al quale devo moltissimo per tutto quello che è stato capace di trasmettermi durante gli anni trascorsi insieme. Fu lui ad accompagnarmi sul palcoscenico della musica offrendomi molte occasioni di suonare anche al suo prestigioso festival di Ascoli Piceno.
Il mio rapporto con il violoncello è difficile da descrivere perché è un legame ricco e profondo che esiste da quando ero bambino; è uno strumento molto generoso nel suono, un compagno di vita, un megafono delle emozioni interiori.

www.giovanniricciardi.co.uk

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